giovedì 13 giugno 2013

21/08/1968 MERCOLEDI' ANTONIO LO BIANCO BARBARA LOCCI

La notte del 21 AGOSTO 1968, all'interno di una Alfa Romeo Giulietta bianca posteggiata presso una strada sterrata vicino al cimitero di Signa vengono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di 29 anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di 32 anni, di origini sarde. I due erano amanti; la donna era sposata con Stefano Mele, un manovale del sud emigrato in Toscana alcuni anni prima. Al momento dell'aggressione, intorno alla mezzanotte, i due sono intenti in  amorosi. Sul sedile posteriore dorme Natalino Mele, di 6 anni, figlio di Barbara Locci e Stefano Mele. L'assassino si avvicina all'auto ferma ed esplode complessivamente otto colpi da distanza ravvicinata: quattro colpiscono la donna e quattro l'uomo. Verranno repertati cinque bossoli di cartucce calibro.22 Long Rifle Winchester con la lettera "H" punzonata sul fondello.

Intorno alle 2:00 del mattino del 22 agosto, il piccolo Natale "Natalino" Mele suona alla porta di un casolare sito in via del Vingone 154, ad oltre 2 chilometri di distanza da dove è parcheggiata l'automobile del Lo Bianco. Il proprietario, sveglio per via del figlio malato che ha chiesto dell'acqua, si affaccia immediatamente alla finestra, e davanti alla porta vede il bambino che scorgendolo a sua volta gli dice: "Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c'è la mi' mamma e lo zio che sono morti in macchina." Dopo averlo soccorso, l'uomo chiede a Natalino cosa sia successo: il piccolo stentatamente riferisce altri particolari sul suo arrivo fin lì: "Era buio, tutte le piante si muovevano, non c'era nessuno. Avevo tanta paura. Per farmi coraggio ho detto le preghiere, ho cominciato a cantare "La Tramontana"... La mamma è morta, è morto anche lo zio. Il babbo è a casa malato."I Carabinieri, chiamati mezz'ora dopo dal signor De Felice, il padrone di casa, si mettono alla ricerca dell'auto portandosi dietro il piccolo Mele. Intorno alle 3:00 del mattino l'auto viene ritrovata grazie anche all'indicatore di direzione lampeggiante, nella stradina che si trova su via di Castelletti, a 100 metri dal bivio per Comeana, in una zona abitualmente frequentata da coppie in cerca di intimità.
Le indagini conducono al marito della donna, Stefano Mele, quarantanovenne manovale originario di Fordongianus all'epoca in provincia di Cagliari, ora di Oristano che si sospetta possa aver commesso il delitto per gelosia. Questo elemento è tuttavia reso piuttosto inverosimile dal fatto che lo stesso Stefano Mele aveva più volte in passato esternato un temperamento decisamente succube nei confronti della moglie (che era soprannominata in paese Ape regina a causa dei suoi molteplici amanti), giungendo persino ad ospitare in casa sua per diverso tempo un suo amico ed amante della moglie, tale Salvatore Vinci, da taluni indicato come il vero padre del piccolo Natalino. I pettegolezzi del paese insinuavano persino che l'uomo, al mattino, portasse il caffè a letto agli amanti della donna e che accondiscendesse ad avere rapporti sessuali con alcuni di loro, incluso lo stesso Vinci.

Il 23 agosto, dopo 12 ore di interrogatorio, e dopo aver negato inizialmente un suo coinvolgimento ed aver gettato sospetti sui vari amanti della moglie, arriva a confessare il delitto. Durante il sopralluogo effettuato quello stesso giorno, l'uomo mostra di conoscere alcuni particolari che solo chi era realmente presente all'omicidio poteva sapere, ma al contempo risulta totalmente incapace di maneggiare un'arma, e confonde il finestrino dal cui esterno partirono i colpi. Dopo poche ore Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci. Lo accusa di avergli fornito l'arma e di essere stato da lui accompagnato in auto fino alla stradina di Castelletti. Dopo aver sparato, il Mele dichiara di aver gettato la pistola nel canale che corre lungo il cimitero, ma malgrado le ricerche l'arma non verrà mai ritrovata.

Nonostante il Vinci abbia portato un alibi confermato da due testimoni, il pomeriggio del 24 agosto i due uomini vengono messi a confronto. L'incontro però dura molto poco, perché dopo le prime battute Stefano Mele ritratta ancora e scagiona Salvatore.Non passa mezz'ora che Mele fornisce una nuova versione; questa volta al posto di Salvatore Vinci c'è il di lui fratello Francesco, anch'egli amante della Locci e, a detta di Mele, assai geloso della donna. Francesco Vinci per un certo periodo aveva addirittura convissuto con la Locci a casa di quest'ultima, e per questo veniva denunciato dalla propria moglie per abbandono del tetto coniugale e concubinato. Il giorno successivo, accortosi che la nuova accusa non era sostenuta da riscontri, Stefano punta il dito contro un terzo amante della moglie, tal Carmelo Cutrona; dichiara che il pomeriggio prima del delitto, recatosi a casa sua in cerca di Barbara, vi trova lì presente il Lo Bianco (che Mele conosceva col nome di Enrico) e per questo motivo se ne va via molto turbato.

I magistrati intanto stanno nuovamente sentendo il piccolo Natalino Mele, che dopo aver sostenuto per giorni di non aver sentito, né visto nulla, adesso ammette di aver visto al suo risveglio il padre, e che questo lo avrebbe preso sulle spalle portandolo fino alla casa del Vingone dopo avergli fatto promettere di non dire nulla. È a questo punto che Mele cede confermando la versione del figlio, scagionando le altre persone accusate fino a quel momento. Nonostante le molte incongruenze e l'assenza dell'arma, nel marzo del 1970 Stefano Mele viene condannato dal tribunale di Perugia in via definitiva alla pena di 14 anni di reclusione. La pena è piuttosto mite perché l'uomo viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Gli vengono inoltre inflitti 2 anni di reclusione per calunnia contro i fratelli Vinci.

Durante il processo a Stefano Mele, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele ed anch'egli amante della Locci, raccontò che la donna, pochissimi giorni prima del delitto, si era rifiutata di uscire con lui dichiarando che "potrebbero spararci mentre siamo in macchina" e, in un'altra occasione, gli aveva raccontato che c'era un tale che la seguiva in motorino. Una deposizione analoga fu resa da Francesco Vinci, che parlò di un uomo in motorino che avrebbe pedinato la Locci durante i suoi appuntamenti con gli amanti.

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